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Gli incubi di Baccini attore

Il cantante debutta con "Orco loco", ideato insieme a Pinketts

Due tutori del disordine o, se preferite, due scienziati pazzi, che miscelando passioni, paure e fobie quotidiane, creano la loro prima creatura. Debutta stasera al teatro Ciak, "Orco loco", "clipcomedy con canzoni", firmata a quattro mani da una coppia inedita: lo scrittore noir Andrea Pinketts e il cantautore Francesco Baccini, qui all'esordio nelle vesti di attore, diretto da Michele De' Marchi. Coprodotto da Teatro Franco Parenti e il Nuovo Teatro di Napoli, lo spettacolo, a metà tra il fumetto, il videoclip e la commedia, è un ibrido, "un micro-sistema umanoide di impronta teatrale", tratto dall'universo visionario e metropolitano di Andrea Pinketts e dalle canzoni di Francesco Baccini, musicista atipico, ironico, con la passione per il teatro-canzone alla Gaber e per il noir. E' lui il protagonista della storia, ovvero "Koso", un adolescente con la mania del canto, alle prese con i suoi incubi metropolitani e con una serie di personaggi: da Don Taro, il boss mafioso, alle suorine cubiste al poeta killer, fino alla psicoanalista transazionale, interpretata da Lucia Vasini.

Come ha affrontato Francesco Baccini la prova della recitazione?

"Devo dire bene. Sul palcoscenico mi sento più a mio agio che nella vita di tutti i giorni. In scena, come quando scrivo canzoni, sono senza veli, nella mia dimensione ideale, quella in cui emerge il mio lato più intimo e autentico".

E' anche la prima volta che si stacca dal suo pianoforte....

"Già, il piano è quasi una protesi per me. Per rimediare mi sono ritagliato in scena un piccolo spazio, una sorta di vasca da bagno, dove suono la tastiera".

A proposito di musica. Quali canzoni ha scelto per questo spettacolo?

"Tre sono inedite, scritte appositamente per Orco Loco, mentre sei appartengono al repertorio: con il regista ho scelto le canzoni che meglio descrivono le emozioni che di volta in volta vive il protagonista".

Per recitare però bisogna anche imparare il copione a memoria....

"Per fortuna non è stato un problema: dopo qualche giorno di prove sapevo già la mia parte. Sono rimasto stupito della mia memoria: se l'avessi avuta al liceo, ora avrei tre lauree".

Quindi dobbiamo considerarlo l'inizio di un nuovo percorso artistico?

"Penso proprio di sì. Con Pinketts è stato un buon incontro. Abbiamo unito le nostre passioni, ma anche le paure, le fobie, ci siamo riconosciuti uno nell'altro, anche se io sono la sua versione astemia: sono già abbastanza staccato da terra per potermi alterare ancora di più".

Di cosa ha paura?

"Della sofferenza fisica, innanzitutto. Sono un ipocondriaco e somatizzo tutto. Un'altra paura è quella di invecchiare, o meglio di non essere più in grado di gestirmi. Insomma, mi trovo molto in sintonia con Koso, il protagonista, che quando si sveglia dall'incubo e si trova in un letto dell'ospedale di fronte alla realtà e all'unico visitatore, il suo cane, capisce che forse era meglio continuare a sognare".

 

                                                                                      Livia Grossi