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Corriere della sera 16 luglio 2006

La coscienza di Lazzaro: una mano di poker tra Milano e Saint-Tropez

Al nostro mezzo sigaro con una gran faccia da schiaffi dietro - il milanese da bassifondi Andrea G.Pinketts - non manca il senso dell'umorismo. Lo sapevamo da sempre, fin dalle prime prove, e del resto lo testimoniano i titoli dei suoi romanzi, che paiono quelli di certo immaginifico cinema seriale (oggi adorato dalla critica) che trionfava in Italia negli anni del nostro scontento: i Sessanta, o giù di lì. Pinketts ha appena sfornato Ho fatto giardino, immancabilmente dotato, nel retro di copertina, di faccione dell'autore, e in copertina di foto sue: ma a guisa di re delle carte da gioco, poker acchiappatutto. Gérard Genette, il critico che si applicava alle "soglie" del testo (i "bordi" che ne delimitano il senso: titoli, risvolti, foto e fotine, epigrafi, distici), con Pinketts si sarebbe divertito moltissimo. In questo libro, per esempio il risvolto cita in maniera simpaticamente minacciosa gli apprezzatori del nostro: Claude Chabrol e la "Nanda" Pivano. Con due diavoli custodi così si può iniziare la discesa agli inferi. Già, la scrittura di Pinketts possiede qualcosa di infernale: un po' perchè qua e là "scotticchia" di lampi e invenzioni, ma soprattutto perchè obbliga il lettore a prolungati supplizi attraverso insistiti calembours. Per Pinketts il gioco verbale, di cui è maestro, sta diventando una "superfetazione", orpello di cui francamente si potrebbe fare a meno. Il suo alter ego del romanzo, e non solo di quest'ultimo, Lazzaro Santandrea, ormai si esprime come una macchietta stereotipata. Ed è un peccato, un vero peccato. Siamo infatti convinti che in Pinketts circoli sangue vivace, non di yogurt (come recitava un suo precedente lavoro). In Ho fatto giardino, azioni criminal-comiche tra Milano, Nizza e Saint-Tropez, Santandrea riflette, forse indaga, lascia scorrere in pagina un personalissimo flusso di coscienza. L'autore, che tra i tanti difetti non ha la falsa modestia (meno male), definisce questo romanzo "la coscienza di Pinketts", e certo si intende che non c'è nulla da invidiare a quella di Zeno. Ma in fondo, per chi segue i lavori dello scrittore cui le etichette di "giallista" o "fondatore della scuola dei duri" vanno giustamente strette, la perfetta riuscita letteraria è l'ultimo dei problemi. Pinketts gioca un campionato tutto suo, fatto di istrionerie e vanità. Fatto di quel lento e inesorabile lavorio che trasforma una vita in un'opera d'arte. "Mi trovo all'incrocio tra Einstein e Fonzie", pare abbia detto una volta Pinketts. Armati di forbici per sfrondare le battute sciocche e abusate, andiamolo pure a trovare, a quell'incrocio.

 

Antonio Bozzo