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BEVO ERGO SCRIVO. CONFESSIONI.

Quando, dove e come poeti e romanzieri italiani si attaccano alla bottiglia

I comunistelli di DeriveApprodi hanno mandato fuori un libro intitolato "Confesso che ho bevuto", bel titolo nerudiano, con dentro trenta pezzi sul vino firmati da scrittori, attori e cantautori. Il contenuto non risponde all'etichetta, di ocnfessioni ce ne sono soltanto due o tre (una è di Gianni Mura), per il resto è la solita antologia svuotacassetti con raccontini e fantasie poesiole il cui livello, sia letterario che enologico, è esemplificato dalla seguente quartina di Roberto Benigni: "Base di tutti i vini il Sangiovese/ dei vitigni mondiali egli è la stella/ ci fanno il Chianti, il vino piemontese/ forse ci fanno pure la Nutella". Le confessioni mancano perchè questa gente una confessione non sa nemmeno cosa sia: comunistelli non solo gli editori ma anche (dando un'occhiata alle biografie) il 90 per conto degli autori. C'è quello che nel 1978 ha pubblicato "Lettere dal Movimento", c'è quell'altro che pur essendo nato a Torino e chiamandosi Voltolini "fa parte della Nazione Indiana", c'è chi dichiara di provenire "da una lunga partecipazione alle esigenze di rinnovamento degli ultimi decenni". Insomma ha buttato il libro e ho tenuto il titolo e l'ho usato per togliermi una curiosità: esistono ancora rapporti intimi tra alcol e letteratura come ai bei tempi di Orazio, Baudelaire, Bukowski? Ho trovato omertà e reticenze. Lidia Ravera ad esempio temeva un tranello, che cercassi di farla passare per beona. Non è stato facile convincerla ma alla fine ha fatto la sua brava confessione e gliene sono grato. Molti altri, vilmente e non molto credibilmente, si sono dichiarati astemi o quasi astemi. Non faccio i nomi perchè chi non beve è un nemico della nostra civiltà e merita da damnatio memoriae. Non giustifico nemmeno chi ha accampato motivi di salute, nella migliore delle ipotesi è un ignorante che non conosce il metodo Arminio. Le maggiori soddifazioni le ho avute dai poeti, fra i quali si annidano gli ultimi seguaci del maledettismo, mentre i romanzieri tengono spesso ad apparire sobri e asettici, come appena usciti da un corso di scrittura creativa. Anche i corsi di scrittura creativa sono nemici della nostra civiltà.

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"Io sono un robusto bevitore. Intendiamoci, non sono un alcolizzato, sono un simpatico sbevazzone". "Io ho un rituale di scrittura che implica la presenza della birra, del sigaro, della montblanc e del foglio bianco. Secondo me aiuta a celebrare una sorta di messa pagana"."Inizio a bere quando inizio a scrivere, alle cinque del pomeriggio, l'ora in cui il toro viene ammazzato"."Questo rito avviene al nuovo Trottoir di piazza XXIV Maggio, zona Darsena, dove hanno istituito una sala Andrea Pinketts che riproduce le caratteritiche del vecchio Trottoir di corso Garibaldi, sfrattato dalla Fondazione Trussardi. Fanno musica dal vivo e quando ci sono le jam-session scrivo ancora meglio"."La mia birra preferita è la Guinness. Come sigari fumo l'Antico Toscano oppure i puros, se sono andato a Cuba e ho potuto fare scorta"."Inevitabilmente non puoi ubriacarti, altrimenti continui a scrivere ma poi il giorno dopo non riesci a leggere. Io scrivo solo a mano e solo in stampatello quindi giudico la mia tenuta alcolica dalla comprensibilità della mia scrittura"."Nel mio libro 'L'assenza dell'assenzio' ho lamentato la scomparsa del famigerato beverone. Adesso è ricomparso ma in una versione edulcorata, che è una fortuna perchè l'assenzio originale era un allucinogeno tossico. Invece bevendo birra, come dice il proverbio, si campa cent'anni. Puoi berne anche venti litri e allora devi andare in bagno ogni dieci minuti ed è proprio lì il bello, il mio momento più creativo è quando faccio pipì" (Andrea Pinketts)

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                                                                                               Camillo Langone