| Rinascita
25 luglio 2006
Come svignarsela dal giardino dell'Eden Eccomi
di nuovo ad intervistare Andrea Pinketts, scrittore noir dallo stile
personalissimo, giocato sul ‘senso della frase’. Ci troviamo allo
Smooth per l’happy hour. L’ambientazione dell’intervista volutamente
cita uno dei locali in cui si svolgono le vicende del suo ultimo libro
‘Ho fatto giardino’, in cui si narrano le nuove, rocambolesche gesta
dell’alter-ego letterario di Pinketts, Lazzaro Santandrea. E’
un torrido lunedì di metà luglio, in un’estate milanese ancora più
calda del solito. Per far scendere la temperatura e rompere il ghiaccio,
ordiniamo da bere. Due
birre Pinketts, due ‘sbagliato’ io. Domanda di rito: parlaci del tuo nuovo libro. ‘Ho
fatto giardino’ è un romanzo sul bluff, sostanzialmente. Non a caso in
copertina c’è un poker di re che hanno la mia faccia. In realtà il
giardino, il bluff a cui alludo, è l’idea del bluff assoluto della
vita, cioè spacciare, dare per buone realtà che non sono tali, penso ad
esempio alle leggende metropolitane. All’interno di questo libro ho
parlato di queste leggende e
di una droga che non esiste nella realtà, ma forse non esiste neanche
nella finzione. Si chiama ‘bumba’. Siccome tutti credono che esista,
viene spacciata, pur non esistendo. E per testare qualcosa che non esiste
bisogna inventarselo. Questo è un procedimento sottile, nel senso che
qualcosa che tutti danno per certa e che in realtà non esiste deve essere
sperimentata per poter essere creata. Allora vengono selezionate delle
cavie umane per sperimentare questa droga inesistente. Una di queste cavie
umane è Montoya, un giornalista investigativo nevrotico, uno da grandi
inchieste, perso nella ricerca della verità e quindi di scoprire se la
‘bumba’ esiste veramente o meno. Montoya in questa sua ricerca
sparisce. L’errore che commettono coloro che lo fanno sparire di non
sapere che Montoya è un amico di Lazzaro Santandrea, il quale esiste, al
contrario della ‘bumba’, e gliela farà pagare molto cara. E poi il
giardino è forse un po’ il giardino dell’Eden. Siccome Milano sta
degenerando, sta diventando una città senza identità, è una specie di
bluff anche Milano. Questa opulenza, questo benessere, queste boutique che
aprono in ogni angolo di strada fanno pensare che esista di nuovo un
benessere di plastica da anni ’80, invece sappiamo tutti com’è in
realtà la situazione economica. Milano sta assolutamente bluffando. Come
bluffa l’altra città che ho citato nel libro, Saint Tropez, questa
sorta di Paradiso terrestre (e qui torniamo al giardino dell’Eden), ma
in realtà forse è meglio andarsene dal giardino dell’Eden, prima che
ti schiacci definitivamente. Questo
libro in realtà l’hai iniziato diverso tempo fa… Devi
sapere che io inizio i miei libri il primo novembre. Se salto un primo
novembre salto l’anno. ‘Lazzaro vieni fuori’ l’ho iniziato il
primo novembre perché mi sembrava una data perfetta per uno che si
volesse autodisciplinare. Io sono uno indisciplinato, un insubordinato. Un
disertore no perché implica la vigliaccheria. Sono un evaso, non un
evasore fiscale. Papillon per intenderci. E allora se non mi disciplino da
solo, non riesce a farlo nessuno. Ragion per cui ho scelto il primo di
novembre del lontano 1984 per iniziare il mio primo libro, perché veniva
subito dopo Halloween. Uno pensa alle streghe, al Michael Myers dei film
horror di ‘Halloween’, al dolcetto o scherzetto e poi subito dopo che
ti capita? Ognissanti! Passi dal divertimento assoluto a dover festeggiare
Ognissanti in una botta sola. Subito dopo c’è il giorno dei morti! Io
avevo passato la bisboccia di Halloween, il mio personaggio si chiamava
Santandrea, il giorno dopo avrei scritto di un sacco di morti ammazzati.
Il primo novembre allora è stato il giusto mezzo confuciano tra la vita
notturna, la vita assoluta e la morte del giorno dei morti. Andrea,
in ‘Ho fatto giardino’ si parla della chiusura del ‘Le Trottoir’,
lo storico locale milanese protagonista dei tuoi romanzi. Che cosa è
cambiato nel suo trasferimento da C.so Garibaldi in Brera ai Navigli? Non
ha forse perso parte della sua storia? Secondo me ‘Le Trottoir’ non è mai stato un locale ma una sorta di astronave aliena precipitata sulla terra, perché è qualcosa di assolutamente irripetibile. Era un bar di Marsiglia trapiantato a Milano con artisti, scienziati, architetti, rovinati, fotomodelle, cessi, psicopatici, studenti. Era veramente un ‘melting pot’. E dopo una lunga battaglia che mi ha visto incatenarmi all’ingresso, scontrarmi con i vigili e contro la mafia slava, contro lo strapotere delle boutique (nella fattispecie il gruppo Trussardi che era proprietario delle mura), siamo stati costretti a cedere. Il trasferimento è stato per me traumatico. Forse è per questo che ci ho messo tre anni a scrivere questo libro, perché mentre il vecchio ‘Trott’ era il mio humus, il trasferimento ha fatto sì che l’impatto fosse veramente traumatico. Ed è altrettanto vero che quando l’astronave del Trottoir è arrivata da Brera ai Navigli è arrivata senza passeggeri. Per fortuna Max Mannarelli e Michelle Vasseur con molte difficoltà sono riusciti a ricreare un tempio che, anche se non è la stessa cosa, ha mantenuto un cordone ombelicale con il vecchio locale.seur con molte difficoltà sono riusciti a ricreare un e, Hai
mai pensato di realizzare un film dalla ‘saga’ letteraria di Lazzaro
Santandrea? E nel caso, quale attore potrebbe interpretare al meglio il
tuo Lazzaro? L’idea
di fare un film su Lazzaro Santandrea risale al 1995. É da quella data
che ogni anno vengo contattato da produttori che fermano il libro, mi
pagano una minima opzione e poi il film non lo fanno. A me va bene così,
perché piuttosto che facciano una puttanata preferisco prendere mille
euro per non fare nulla. Quanto all’attore, uno che mi viene in mente
dopo di me (Lazzaro sono io…) è il Belmondo giovane di
"A bout de souffle" di Jean-Luc Godard, ma chiaramente per
limiti di età non può farlo. Addirittura si era presentata l'occasione
per Maurizio Micheli, simpaticissimo, ma non ha il physique du role. Un
attore italiano che vedrei bene come Lazzaro è Fabrizio Bentivoglio,
perchè ha la faccia da figlio di puttana, ha qualcosa del giocatore.
Ecco, non vorrei che lo facesse Claudio Amendola...
giocatore. Ecco, non vorrei che lo facesse Claudio Hai
qualche progetto in cantiere in questo momento? Sì,
sto lavorando ad un’idea che è venuta a Massimo Gatti, imprenditore ma
anche grandissimo fotografo. Ha pubblicato un libro, per Electa/Mondadori,
che si intitola ‘Tracce di presenza umana’ nel quale, già un anno fa,
avevo scritto una sorta di fotoromanzo su delle immagini che Gatti aveva
scattato in zona Montenapoleone. È riuscito a trovare un accattone
bulgaro e lo ha messo davanti alla vetrina della gioielleria Bulgari. Foto
di contrasti, di eccessi quindi. Adesso faremo il contrario, nel senso che
se prima io ero la ciliegina sulla torta, ora sarà lui che dovrà farsi
un culo così ad abbinare delle foto alla storia che ho proposto. Una
storia molto strana, c’è dentro di tutto: stregoneria, inquisizione,
mafia russa... Cristiano Tinazzi
|